Questo libro di fiabe aiuta un bambino.
La scrittrice Sabrina Campolongo sul suo sito http://balenebianche.splinder.com fornisce dettagli preziosi per capire. Lei è l'anima di questo progetto, al quale ho aderito sperando di dare qualcosa. A questo bambino sfortunato.
C'è una mia fiaba nel libro, scritta con il cuore nelle mani di tanti bambini che soffrono.
Adesso tocca a voi. Seguendo questo link:
http://www.lulu.com/content/1423738
potete acquistare il libro e regalare a Gramos un po' di vita.
Un sorriso a tutti, e grazie per l'aiuto che vorrete dare.
E' uscito il quarto numero di HISTORICA.
Più bello degli altri, secondo me.
Un racconto bellissimo di Francesca, rilanciato dal blog http://francesca-mazzucato.blogspot.com/ e dal quotidiano La Repubblica...
Non ti chiederò mai niente
Ho appena riascoltato Jeff Buckley che canta "Hallelujah". Ti ho mai detto che per me è la "tua" canzone? Ti penso.
Leggo l’sms che mi hai scritto. Lo rileggo. Sorrido amaro. La mia canzone. Ti ho mai detto che ogni volta che l’ascolto penso che sia la mia canzone? No, non te l’ho mai detto. Immaginavo lo sapessi di già. Lo sapevi. Bene.
Chissenefrega, vorrei aggiungere. Mentendo. Me ne frega, eccome, ancora me ne frega, me ne frega più di qualunque cosa mi sia accaduta oggi. Più che del fatto che Doriana, la mia collega, si sposi. Più del fatto che mia madre abbia prenotato una settimana last minute in un hotel termale in Tunisia, più del fatto che mi è arrivato il ciclo, più del fatto che stasera uscirò a cena con le solite amiche.
Ma non abbastanza.
Due mesi fa, questo sms mi avrebbe indorato la giornata, riscaldato la settimana, cambiato la vita forse.
Mi pensi.
Dovrei sentirmene felice.
In un altro mondo, tra due persone diverse da noi, io ti chiamerei, ora, e ti parlerei in modo trasportato, intimo,. Sussurrerei "anch’io ti penso", e tu mi diresti "ho voglia di vederti" e io direi "ti voglio vedere anch’io" e fisseremmo un appuntamento, e incontrandoci ci guarderemmo negli occhi e
Ma non funziona così. Non tra noi.
Mi pensi adesso. Se ti chiamo tra cinque minuti, ma anche tra due, o uno, mi racconterai di cosa hai fatto l’altra sera, di un film che hai visto, dei tuoi progetti per l’estate, del tuo lavoro.
Risponderai con razionalità disarmante a ogni domanda allusiva. "Sì, mi sei venuta in mente, so che ti piace quella canzone". Banalizzeresti.
Il brivido di un "ti penso" scambiato con la dubbia valuta di un "mi sei venuta in mente."
Me lo risparmio. Rinuncio.
Mi hai sentito?
Rinuncio.
Mi tengo il "ti penso". Lo metterò da parte, posso anche cancellarlo, tanto non lo dimentico, non posso dimenticarlo.
Vuoi eliminare il messaggio? Ok.
Sì, grazie.
Un ghepardo non può correre alla massima velocità per più di quindici secondi.
Io ho corso alla massima velocità per quindici mesi. Sono stremata. Devo rallentare. Fermarmi forse.
Non vuoi rinunciare a me. Per questo mi sveli uno dei tuoi segreti, stasera. Il tuo "ti penso" è una cima, con la quale pensi di ancorarmi a te. Sai che in passato ha funzionato.
Me ne hai lanciate a decine, ormai. Mi hai legata così stretta, così vicina che non respiro che la tua aria.
Ti è stato facile, non mi sono divincolata. Mi sono lasciata trascinare con il sorriso sulle labbra. Ho dato.
Ti ho dato.
L’anima.
Ti ho addobbato con le mie parole, lucidato con le mie emozioni, ti ho svelato ogni piccola meraviglia che si nasconde dentro di te, ti ho reso forte abbastanza da poter volare da solo. Ti ho fatto grande mostrandomi piccola, ho retto tra le mani il riflettore puntato su di te, ti ho costruito un palcoscenico e ti ho lasciato recitare il tuo soggetto, unico protagonista. Ho applaudito e pianto. Ho dato e mai chiesto.
Non ti chiedo nemmeno adesso. Non ti chiederò mai niente.
Cancello il tuo messaggio serbandone il vuoto splendore. Come un gioiello troppo vistoso. Bello da vedere, impossibile da indossare.
E vado avanti. Senza di te.
Sabrina Campolongo
Prima di averlo
Piangeva.
Rannicchiata tra il divano e la poltrona, per terra.
Un pianto sommesso. Quasi isterico, una cadenza ripetitiva. Musicale.
E quasi non la si vedeva. Rattrappita com’era. Pallida. Un gatto magro arruffato. A piedi nudi.
- Tesoro, per favore…
Le parole si libravano ma l’aria era secca. Pesante. Si sono schiantate sul tappeto. Stecchite. La donna ha provato ad avvicinarsi ma ha mosso un passo solo. Guardingo. Non era sicura, che fosse il caso, che le si avvicinasse insomma. Certe situazioni scottano. E prenderle in mano può essere pericoloso.
- Vedrai, si sistemerà tutto…
Ridicole frasi da film spazzatura. Che suonano già strane nel momento stesso in cui le si pronuncia. Muffa profumata venduta come crema miracolosa.
Lei non riusciva a smettere, i singhiozzi le muovevano le ossa della schiena. Si riusciva perfino a sentirne gli scricchiolii, delle ossa in collisione. La donna si è spostata verso l’angolo cottura per riempire la teiera e accendere il fornello. Le smancerie non le appartenevano. Non ha mai abbracciato i suoi figli, figuriamoci se iniziava proprio con la vicina di pianerottolo. Graziosa, per carità. Gentile all’occorrenza. Educata con tutti. Ma. Ma la donna non toccava nessuno. Non occorreva. Le parole erano sufficienti, dovevano esserlo.
Stava ancora meditando quando si è accorta del silenzio improvviso. Non piangeva più. Voltandosi se l’è ritrova in piedi, davanti alla finestra socchiusa. Stringeva le lunghe tende ricamate.
- Tesoro… non fare così.
Respiro lungo. Calibrato. Era il momento di ragionare.
- Sai bene che non possono farlo. Non possono toglierti tuo figlio così, sparando stronzate in giro. La legge è dalla parte delle madri, da sempre. Lo sanno tutti. Anche quando… lasciamo perdere. Tu, tesoro, adori quel bambino. Cosa dovresti temere in concreto?
Silenzio.
- Senti, parla con l’avvocato Graziano poi, se vuoi, ne discutiamo con calma.
Ha versato il tè con le ultime parole tra le labbra, poi ha aspettato. Non sembrava intenzionata a spostarsi dalla finestra, lei.
- Tesoro? Bevi e riposati un po’.
Silenzio.
- Tesoro? Vedrai che con una bella dormita…
Finalmente si è voltata. Gli occhi lampeggiavano, due fiamme scure. Feroci. Terrorizzate. Le labbra screpolate erano fessure sottili. La pelle arrossata e i capelli spettinati l’avevano trasformata in. In una disperata.
- Marco è morto, Lina. Nessuno può aiutarmi.
La donna ha aperto la bocca, le è uscita bava bianca. Stupita.
- E loro sono i nonni di mio figlio. Parenti di sangue, mi segui? Sanno come muoversi, hanno le spalle coperte. Un cugino lavora in procura, credo. Comunque sanno. Sanno come trasformarmi nella madre scapestrata che serve.
Ha roteato gli occhi, la donna.
- Serve?
Lei ha annuito con le pupille dilatate. Allucinate.
- Serve alla causa. Per portarsi via Nicola.
Silenzio.
Lei era lì eppure sembrava da un’altra parte. In un altro posto. Stringeva i pugni. Schiena dritta. Secca. Mascella contratta. Spigolosa.
- Il mio Nicola.
Ha appoggiato la fronte sul vetro della finestra. La donna non si muoveva, dietro di lei. La mano che stringeva la tazza di tè tremava, però.
- Passeranno su di me. Prima.
L’alito disegnava sagome multiformi a contatto col vetro freddo.
- Prima di averlo.
Barbara Gozzi