una storia ai delfini

Un luogo condiviso: racconti, riflessioni, poesie, pezzi di parole di amici che vogliono parlarsi e ascoltare; scrittura in libertà. MariaGiovanna Luini

Chi sono

Blogger: MariaGiovanna70
Nome: MariaGiovanna Luini
Scrivo. Ecco tutto. Forse. Amo il mare, il silenzio e una piccola casa nel bosco. Il mio indirizzo email: mariagiovanna.luini@gmail.com Gli altri blog: http://mariagiovanna.typepad.com http://mariagiovannaluini.blogspot.com Il mio MYSPACE: http://www.myspace.com/mariagiovannaluini I miei libri: "Esser grandi è una fiaba" (Lampi di Stampa 2006), "Una storia ai delfini" (Edizioni Creativa 2007), "Il mio racconto " (Edizioni Il Filo, 2007), "I racconti delle bacche rosse" (Lampi di Stampa, 2008), "Le parole del buio" (Edizioni Creativa 2008, collana Piccole Storie). Coordino la collana "Piccole Storie" di Edzioni Creativa. Nel 2007 ho pubblicato i racconti "La donna vestita di fiori" nella raccolta "Concepts Moda" di ARPANet, "La piccola casa di legno e quel profumo: fragranza e mistero di notti romane" in "Concepts Profumo" di ARPANet, e nel 2008 "Il chiama angeli" in "RAC-CORTI" di Giulio Perrone Editore e "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" in "Eros e Amore" di ARPANet. Con il romanzo "Una storia ai delfini" (Edizioni Creativa) e alcuni racconti ho vinto il premio speciale della Giuria al Trofeo Penna d'Autore 2006 (sezione narrativa), il terzo premio al Concorso Letterario Nazionale Lega Italiana per la lotta contro i tumori sezione di Parma 2006, il primo premio sezione Narrativa al Premio Letterario Internazionale Santa Margherita Ligure - Franco Delpino 2005. Mi trovate anche sul sito http://historicailfoglioletterario.menstyle.it/, e su HISTORICA, l'e-magazine diretto da Francesco Giubilei. Scrivo recensioni su MANGIALIBRI (http://mangialibri.it) e sono consulente della casa di produzione cinematografica TAODUE NOVAFILMS.

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martedì, 25 settembre 2007

il racconto di Luciano Comida (http://lucianoidefix.typepad.com/nuovo_ringhio_di_idefix_l/)

Castello di sabbia
 
E’ ovvio che Claudio e Marina siano qui, sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro.
A guardare il sole ormai quasi scomparso dal cielo, che gli inizi della penombra incorniciano con una luminosità debole e rossastra.
E’ ovvio che siano qui, su questa sabbia per loro taumaturgica, a sentire sui piedi nudi le onde che lente e regolari si spengono sul bagnasciuga con una bianca e gorgogliante schiuma.
Ed è ovvio che osservino il castello costruito dai due bambini che poco fa se ne sono dovuti andar via perchè ora di cena.
Un castello di sabbia che nel pomeriggio era ben lontano dall’acqua della bassa marea ma che adesso, col salire del livello, è in grave pericolo.
E già le onde più forti ne lambiscono le fondamenta.
Nel loro pomeridiano peregrinare su e giù lungo la spiaggia, Claudio e Marina si fermavano sempre più spesso qui, a guardare le fasi di costruzione del castello.
E ora si stanno chiedendo di quanto salirà ancora la marea e se alla fine vincerà la sabbia o, come sembra più probabile, l’acqua.
E se i due bambini, quando l’indomani mattina torneranno in spiaggia, proveranno una fitta di dolore non trovando più il loro edificio. O se invece gioiranno perchè il loro fatato castello sarà ancora in piedi, forse un po' sbrecciato rispetto al giorno prima, con una torre quasi del tutto crollata, un portone sfondato, uno dei cortili interni invaso dalle alghe e non più vuoto come in origine, le mura non perfettamente lisce, ma sostanzialmente intatto e sopravvissuto alla notte.
Claudio e Marina se ne stanno lì a guardare, per vedere come andrà a finire.
La linea del mare è ancora distante, forse sessanta, settanta centimetri, ma sempre più spesso qualche onda raggiunge il castello e ne corrode, magari di pochissimo, le basi.
Il primo segno chiaro ed inconfutabile della rovina è quando vengono giù le due torri esterne, quelle che i due bambini avevano definito le « torri guardiane «. Quelle che Claudio e Marina avevano visto costruire quand’erano arrivati in spiaggia, con lui che non aveva poi tanta voglia di prender sole ma lei che moriva dalla voglia di sentirselo sulla pelle. Lei appena uscita da una brutta malattia.
E si erano fatti incuriosire da quel bambino e da quella bambina (cos’avranno avuto ? sette? otto anni ? ) che con tanto impegno stavano cercando di erigere un castello così grosso e così ben progettato.
E si erano inteneriti ( loro due che non avevano figli per scelta ) per quel piccolo bruno e magro che aveva preso per mano la sua compagna un po' bruttina, con goffe codine da topo biondo, per indicarle un punto della torre più alta annunciandole tutto solenne : «Cristina, qui facciamo la nostra stanza «
E poi avevano continuato a lavorare con impegno colmo di serietà alla costruzione che diventava sempre più grande e sempre più complessa.
Nei loro avanti e indietro lungo il bagnasciuga, sempre più brevi perchè lei ancora convalescente si stancava presto, Claudio e Marina avevano assistito alla progressiva crescita del castello finchè, saranno state le sette e mezza, lo videro finito.
« Se il mare ci prova a toccare la nostra stanza « stava dicendo proprio in quel momento la bambina « io mi metto davanti all’acqua e la prendo a calci così le onde non passano più «
E quando per allontanarli da lì, non bastando i ripetuti richiami, erano arrivati i genitori che volevano tornare in albergo a mangiare e poi a dormire, e nessuno dei quattro adulti voleva ascoltare le preghiere dei due bambini di poter restare ancora un po' col loro castello, a fargli coraggio nella battaglia notturna contro il mare, e uno dei padri stava per passare alle maniere forti, era stata proprio Cristina a discutere con più decisione, mentre il suo compagno la fissava ammirato, fiero di avere una donna così energica.
Ma alla fine anche lei aveva dovuto cedere, dopo avere però strappato ai genitori di entrambi la promessa di farli venire in spiaggia più presto del solito, l’indomani mattina.
Claudio mormorò uno sprezzante « Che stupido « rivolto al padre del maschietto che, mentre il figlio aveva ormai voltato le magre spalle al castello e gli dava fiduciosamente la mano, rifilò un calcio alla costruzione.
Poi, sulla spiaggia sempre più deserta, Claudio e Marina erano rimasti quasi soli.
Ad una cinquantina di metri, alcuni bagnini che tiravano a riva i pedalò e le barche.
Un gruppo di ragazzi e ragazze che, ancora più distanti, giocavano a pallavolo vicino alla cabine.
Il rumore della risacca e quello, lontanissimo, del traffico sul lungomare.
E’ ovvio che loro due adesso siano ancora qui, a guardare la marea che continua ad alzarsi.
Non c’è niente da fare : il castello si sgretola piano ma costantemente. Una parte resiste più delle altre, ma le mura di cinta sono svanite e la torre con la stanza magica è già crollata, ormai inghiottita dalle onde che l’hanno dissolta.
Claudio e Marina non saprebbero dire perchè non se ne vanno via : ormai è quasi buio, hanno fame, lei è stanca ed il castello non esiste più. Solo un ammasso indistinto, una sabbiosa montagnola appena più grande di altre, semisommersa dalla marea che continua a levigarla, togliendole ogni residua forma, appiattendo del tutto i resti delle torri e delle mura, colmando di alghe i fossati ed i cortili.
Un anziano con i pantaloncini corti ed un berretto da baseball passa con il suo cane ed urta con un piede il mucchietto anonimo di sabbia.
Un’onda più potente delle altre sommerge tutto e quando l’acqua si ritira, del castello non è rimasto più nulla.
Claudio si volta verso Marina nel momento esatto in cui anche lei si sta girando verso di lui.
« Ho un’idea « dicono insieme.
Un rapido bacio e poi si chinano sulla sabbia, lontano dalla marea, fuori portata dalle onde, ma non troppo perchè se no si potrebbe capire.
Adesso è davvero buio, ma con le luci dei lampioni sul lungomare, gli scintillii della piattaforma galleggiante dove la gente sta ballando al suono di un’orchestra e con la luna piena, vedono a sufficienza.
« Questa torre dov’era ? «
« Mi pare qua «
« No «
« Più in là ? «
« Sì «
« Sicura ? «
« Sì «
Molte volte sono costretti a rifare alcune parti che non stavano venendo bene.
« Te la senti ? « le chiede lui quando è già tardi.
« Sì «
« Ma non sei stanca ? «
« Certo che sì « e scoppia a ridere.
Lavorano a lungo e quando finiscono è notte fonda.
Si alzano in piedi.
Il cielo è stellato.
L’orchestra romagnola ha smesso di suonare e sulla piattaforma galleggiante non c’è più nessuno.
Claudio corre in una pizzeria ancora aperta per comprare da mangiare e da bere.
Torna in riva al mare.
Marina ha trovato e aperto due sdraio.
Si siedono e mangiano le pizze.
Fa quasi fresco e si è alzato un leggero vento carico di odore di salsedine.
Hanno sonno e stanno bene. Pregustano la gioia che proveranno tra poche ore.
Quando vedranno i due bambini arrivare in spiaggia e ritrovare il castello proprio come l’avevano lasciato.
Più o meno
 
Luciano Comida
postato da: MariaGiovanna70 alle ore 20:25 | link | commenti (7)
categorie: racconti
giovedì, 06 settembre 2007

il racconto di MariaGiovanna Luini (http://mariagiovanna.typepad.com)

Girotondo di matrimoni d'amore

- Sono parole di carta, non puoi crederle vere!
Gli occhi in fiamme, Carlo picchiò la scrivania con il pugno. Il "tum" sordo riempì la stanza.
Allegra non si mosse. In piedi davanti alla scrivania, tenne teso il braccio che mostrava il giornale. E le fotografie.
- Sei tu. Con lei. E non è un trucco
Lo guardò agitarsi sulla sedia: allentò la cravatta con due dita.
- Fa un caldo schifoso in questa stanza. Mai che accendano l'aria condizionata quando lo chiedo
Borbottò.
- Sei tu. Guarda la foto
Si avvicinò e buttò il giornale sulla scrivania, a pochi millimetri dalla sua mano.
- Sono foto di repertorio. Vecchie. Di prima che...
- Non provarci! Osserva i tuoi vestiti, e l'orologio. Roba di adesso, regali miei
Afferrò il giornale e finalmente fissò le immagini.
- Cazzate. Non stiamo facendo niente di male
- Uscite da un albergo, ecco cosa fate
Sbuffò.
- Allora? Abbiamo preso un aperitivo insieme. L'ho incontrata per caso e le ho offerto da bere. Un prosecco. Non vedo il problema
Rise.
- Lo vedo io. Avevi detto che la storia era finita
- Ed è vero
Sedette.
- Va bene. Che cosa è finito?Il sesso no di certo, visto che vi hanno beccati in albergo. O quasi
Strappò le pagine del giornale e le lanciò contro la porta.
- Merde di paparazzi!
- Perché? E' il loro lavoro. Il tuo ufficio stampa ha annunciato che ci sposiamo, il mio agente ha confermato e la notizia è volata. Non è colpa dei paparazzi se la scopi in un albergo del centro
Chiuse gli occhi e appoggiò il viso sulle mani strette a pugno.
- Allegra, detesto quando fai la cinica. E' un atteggiamento che non ti appartiene
- Che cosa mi appartiene, invece? Il silenzio? Il matrimonio con un uomo che ama un'altra?
Scosse la testa.
- Non amo un'altra. Amo te. Infatti ti sposo
Silenzio. E l'orologio sulla parete a ricordare il tempo. Parlò con voce incerta.
- Quando succedono queste cose penso a tutto, ma non all'amore. Lei è stata il motivo del tuo divorzio, hai lasciato la famiglia per poterla amare
- Ma lei non ha fatto lo stesso
- No. E la capisco. La tua immagine pubblica ha retto il divorzio, sei un uomo. Per lei sarebbe stato difficile. Impossibile, forse
Mosse le mani a tagliare l'aria.
- Roba vecchia. Finita
Sospirò.
- Finita? A me non sembra
La fissò.
- Allegra, amo te adesso. E ti sposo
Pensò alle parole da dire. Erano pronte da mesi, ma mancava il coraggio. Decise. Le fotografie sul giornale la autorizzavano a ferire. Forse.
- Sei rimasto solo a lungo dopo la separazione, e lei non ti ha seguito. Dovevi trovare una donna che ti restituisse l'immagine. Di uomo pieno, completo. Di amante. Mi ami, forse. O mi vuoi bene: la differenza c'è ma a volte non si vede. Io sono libera, non brutta e scrivo libri di successo. So parlare, sostengo sguardi e conversazioni. Sposarmi non è solo amore, lo sai
I suoi occhi la osservarono a lungo. Senza emozione.
- Parte del tuo fascino è questa
Sussurrò.
- Che cosa?
Chiese.
- La lucidità di analisi di ogni situazione. Scrivi romanzi pieni di contrasti, passione, sentimento. Sei l'esempio dell'irrazionalità. A letto mi travolgi. Eppure riesci a impressionarmi con le tue visioni fredde, distanti. Obiettive, anche. Ma crudeli
Scosse la testa.
- Puoi negare che il matrimonio con me sia una notevole operazione di immagine?
- Non posso negarlo, no. I giornali mi hanno sempre considerato intelligente ma incolto. Dicono che non ho mai letto un libro. Tu sei una scrittrice, un'intellettuale vera. Mi offri il riscatto culturale
Sentire da lui la sintesi dei suoi timori la turbò. Avrebbe preferito vaghe e insistenti dichiarazioni d'amore. Magari esagerate, false, ma rassicuranti.
Forse lo capì.
- Però ti amo. Sul serio. Non sei l'unica donna che ho incontrato in questi anni, e neanche l'unico potenziale guadagno di immagine. Sposo te, non un'altra, e ne sono felice
Sospirò.
- Il problema è che non so distinguere la verità, Carlo. E ti amo come una pazza illusa
Sorrise.
- Meglio così. Siamo felici, lo saremo di più da marito e moglie
- E Laura?
Il sorriso si spense.
- Ancora? Ho detto che è finita
Indicò i resti del giornale sul pavimento.
- Non è vero. Dimmi la verità, ne ho bisogno
Fissò un punto dietro le sue spalle.
- Non è stato niente
- Raccontalo, allora
Le sembrò che nei suoi occhi passasse l'ombra di un'angoscia, ma fu subito come prima.
- L'ho incontrata. Ha voluto che le parlassi del nostro matrimonio. Mi ha chiesto se ti amo davvero. E soffriva
- L'hai scopata?
- Allegra, per favore
Alzò la voce.
- L'hai scopata?
Abbassò lo sguardo.
- Sì
- Perfetto
- E' stata l'unica volta in questi mesi
- Non è vero. Vi hanno già beccati insieme in Sicilia
Si alzò in piedi.
- Con lei è finita! Ci sono stato a letto, non ho resistito. Ma è stata l'ultima volta, giuro
Pensò che avrebbe potuto chiedere ancora. Scavare nel fango dell'ambiguità di quel matrimonio ancora da vivere. E trovare, forse. Una verità incrostata di dolore.
- La vedrai anche dopo il matrimonio?
- No
La risposta era preparata. Uscì troppo in fretta, senza l'anima. Si alzò anche lei.
- Bene, è tutto chiaro. Vado via
Le afferrò un braccio.
- No, amore. Ti prego resta, parliamo!
Il viso era in ombra. Non gli vide gli occhi.
- Non serve. Mi hai tradito, lo farai ancora
- Prometto che non lo farò
- Già
Mormorò accarezzandogli il viso.
- Devo andare. Presento il mio libro a Siena
- Parlerai del nostro matrimonio, vero? Settimana prossima ci sono le elezioni in molte province
Rise, con occhi freddi.
- Certo amore, lo farò
Uscì senza baciarlo.
Non sentì le sue parole al telefono.
- E' stata dura, ho dovuto confessare qualcosa. Mezze ammissioni. No, credo che non mi mollerà. Mi ama. E sa che anche io sto bene con lei. Dì a Rita di mandarle fiori, e un gioiello. Scelga lei. E chiama Laura per tranquillizzarla, il marito è incazzato nero: se sa che Allegra mi sposa ugualmente forse risolviamo tutto
Ascoltò qualcosa, poi concluse,
- Starò attento. Non mi beccheranno più. Eviteremo gli alberghi, so già come fare. Ma tu vai a cercare quella merda di paparazzo

MariaGiovanna Luini
postato da: MariaGiovanna70 alle ore 21:20 | link | commenti (5)
categorie: racconti
lunedì, 20 agosto 2007

il racconto di Francesco Giubilei (http://caffestorico.splinder.com/)

Vacanze
La sveglia suona, come ogni mattina da chissà quanti anni, Lucia si gira nel letto e con una mano cerca di bloccare quell’insopportabile suono metallico.
La vecchia sveglia che le hanno regalato quando ancora era bambina continua a emettere un suono stridulo e fastidioso.
Invano Lucia cerca a tastoni di interrompere quel supplizio, tasta col la mano cercando il bottone ma non ottiene altro risultato di far cadere il libro che fino a tarda notte ha letto, rapita dalla prosa straordinaria del suo scrittore preferito.
Il segnalibro cade a terra e le pagine si chiudono senza un segno di cui Lucia si possa ricordare quando riprenderà in mano quel capolavoro.
Quarantanove Racconti di Ernest Hewingway: l’ha letto e riletto ai tempi dell’università e lo riprende in mano dopo molti anni.
Finalmente trova la sveglia sommersa dai tanti oggetti che inondano il comodino: una copia di National Geographic di alcuni mesi prima, un’aspirina, i tappi per le orecchie, dei fazzoletti usati a causa dell’aria condizionata.
Dopo alcuni minuti di dormiveglia decide di scostare la tenda e di aprire i vecchi scuroni che sono ormai scrostati dall’intonaco verde che un tempo gli ricopriva.
Sono le sei, Lucia è solita svegliarsi presto quando va a lavoro, gestisce un’agenzia immobiliare in centro, due impiegati, abbastanza lavoro sia durante l’estate che d’inverno, cosa abbastanza rara per un’agenzia immobiliare di mare.
Lucia ha una casetta nella pineta di Milano Marittima, in realtà è nata in un piccolo e triste paesino della bassa romagnola tra il mare e la campagna uno di quei posti squallidi a cui non ti affezioni neanche se sei nato tra quelle quattro case.
E’ così che dice sempre a chi le domanda delle sue origini.
Il fatto è che Lucia è letteralmente nata in una di quelle case.
Sua mamma colta improvvisamente dalle doglie ha partorito da sola prima dell’arrivo dell’ambulanza cosa rara e rischiosa soprattutto se si considera che Lucia è nata nel 74.
Oggi però è un giorno speciale, è il giorno in cui, come tutti gli anni parte per le vacanze.
Le valigie sono pronte all’ingresso per essere caricate sui mezzi che le porteranno in paesi lontani, esotici.
Questo sarebbe il destino delle valigie di una persona comune, normale, ma queste valigie appartengono a Lucia Angiolini.
Sua nonna, pace all’anima sua, da piccina le diceva sempre “tu, Lucia, sei una persona speciale, sei nata per compiere grandi gesta”.
E in effetti Lucia è una persona speciale e lo si era capito fin dal giorno in cui era nata, non tanto per il modo in cui nacque quanto per il giorno in cui venne alla luce.
Era il 25 dicembre 1974.
Quel giorno una terribile tempesta di neve imperversava in quasi tutta Italia e tutti se ne stavano nelle loro casette rintanati a festeggiare il Natale mangiando abbondanti piatti di cappelletti e cappone.
Il caso volle che il giorno precedente la madre di Lucia fosse colpita da un forte raffreddore che la costrinse a rimanere a casa durante i festeggiamenti del Santissimo Natale a casa dei nonni distante solo centro metri.
Il marito insistette per sorvegliare la moglie che di lì a due settimane avrebbe avuto un bambino.
Verso l’una però sfidando le pessime condizioni atmosferiche uscì un momento per mettere qualcosa sotto i denti e per portare un brodino caldo alla moglie fatto dalla nonna.
Proprio in quei venti minuti nacque Lucia.
La stessa Lucia che dopo aver dato una doppia mandata di chiavi si avvia verso la fermata dell’autobus passando per il bar dove fa colazione tutte le mattine.
“Ciao Lucia, in partenza?” gli domanda il barista svegliatosi evidentemente male a giudicare dalle bolze sotto gli occhi.
“Sì finalmente una settimana stacco”.
“Eh, beata te e dove vai di bello?”.
“Sorpresa te lo dico al ritorno”.
Addenta una brioche calda, sfornata da poco.
Dopo un quarto d’ora è sulla corriera diretta alla stazione di Forlì per prendere l’intercity che la porterà a destinazione.
La stazione è semi deserta, solo qualche barbone sdraiato sulle panchine e dei ragazzi diretti chissà dove.
Il biglietto l’ha acquistato su internet.
Il treno è in ritardo.
Ha prenotato un posto vicino al finestrino in prima classe, quando viaggia Lucia non si fa mancare niente.
Finalmente sferragliando il treno si ferma nel binario uno, lo speaker annuncia le fermate sia in italiano che in inglese.
La carrozza è pulita e fresca, il condizionatore spara un getto d’aria sulla faccia di Lucia, certamente non un toccasana per il suo raffreddore però fuori l’afa è insopportabile e la temperatura nonostante siano solo le 9.20 raggiunge già trenta gradi.
Solo un anziano signore fa compagni a Lucia in una carrozza che può ospitare fino a trenta persone.
Il treno lentamente supera tutte le fermate: Faenza, Imola, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza e finalmente arriva alla destinazione finale di Lucia: Milano.
E’ il dodici agosto il termometro segna trentacinque gradi all’ombra, la città è deserta, vuota tutti sono al mare o all’estero o almeno in vacanza.
In fondo anche Lucia è in vacanza, una vacanza un po’ strana ma comunque una vacanza.
Il fatto è che a lei non piace la gente, ama il silenzio, la solitudine, la tranquillità.
Quando d’estate il suo paese Milano Marittima si riempie di turisti chiassosi, maleducati, spreconi le si stringe il cuore e non vede l’ora di prendersi la sua settimana di pace, di riposo.
Tutti gli anni dal dodici agosto fino al diciannove, come un habituè si rifugia a Milano dove tramite un’agenzia mobiliare affiliata alla sua ha comprato una appartamentino.
In fondo Lucia è una persona speciale, nata per grandi cose, nessuno lo sa ma lei scrive, scrive poesie.
Francesco Giubilei
 
 
postato da: MariaGiovanna70 alle ore 23:32 | link | commenti (1)
categorie: racconti

il racconto di Carlo Callari (http://www.carlodreams.wordpress.com)

La Verità sull’Acqua
Ho sempre avuto la convinzione, radicata in me chissà da quando e soprattutto perché, che l’acqua fosse inodore, incolore e insapore; ho controllato anche nell’enciclopedia e dice proprio che è così, sotto la voce proprietà fisiche della suddetta.
Come molte altre convinzioni anche questa ha finito di essere tale quando aprendo il rubinetto ho visto fuoriuscire un liquido di color rame; con l’essere inodore concordo in pieno, ma del sapore? Ebbene, non ho avuto il coraggio di verificare.
Comunque anche questa certezza comprovata dalla fisica è crollata, non ricordo esattamente il giorno in cui ho iniziato a crederla vera, ricordo solo quello in cui ho smesso di farlo: oggi.
Forse non era definibile acqua quella, ma non importa, fatto sta che con una cassettina di sei bottiglie vuote sono partito alla volta della fonte per approvvigionarmi dell’unica sostanza necessaria alla vita.
Parto con lo scooter, la cassetta incastrata tra le gambe, percorro la stradina secondaria che immette sul viale principale e finisco risucchiato dal traffico. So con certezza dove dirigermi, qual è lo scopo di questa uscita mattutina e indesiderata, almeno per oggi è chiaro: la fonte è la meta.
E come ogni meta esistono diverse strade, più o meno dirette, per raggiungerla.
Fermo a un semaforo, dopo aver ingoiato del buon monossido di carbonio, inizio a delineare con la mente i confini di un progetto a cui sto lavorando da molto tempo, dedicandogli anima e corpo, devo essere attento ad ogni particolare perché stavolta, davvero, è in ballo il futuro della mia (finora misera) vita; ma ho paura di sbagliare, come sempre, e paura di fallire, ancora.
La mia grande zavorra è il timore del giudizio altrui, ma stavolta ho la convinzione d’aver imbroccato la strada giusta, quella sempre segretamente bramata, e trascino con caparbietà questa zavorra senza badare alle strisciate che lascia in terra.
L’attimo, il giorno, l’evento che ha fatto scattare in me la smania di gettarmi a capofitto in quest’avventura non riesco a fissarlo con lucidità; è maturata col tempo, in più passi.
Forse anche questa convinzione è sbagliata e, come l’oggi lo ricorderò il giorno della scoperta del sapore dell’acqua, finirò col ricordare la data e il momento esatto in cui cadrà in frantumi anch’essa? Forse di tutti i fuochi che ardono in noi, alimentandosi delle nostre idee e dei nostri sogni, solo quelli senza memoria della scintilla madre che li accese sono immancabilmente destinati a spegnersi? No, stavolta no, è differente mi dico.
Un tipo mi suona -è verde- urla, seguo il consiglio e riparto. Mi guardo attorno e non riconosco cosa vedo, non capisco subito dove sono, seguo la strada che scorre tra argini di case popolari, -ma dove diavolo sono e dove diavolo vado? Mi sono perso in un paesino di quattro case che conosco da vent’anni, possibile?- penso e mi sovviene la meta di questo viaggio- la fonte certo! Devo andare alla fonte. Ma dov’è la fonte?- mi domando.
-La fonte è in cima alla montagnola, accanto al seminario, cretino- mi rispondo.
Riguardo le case, dalle monotone geometrie abbruttite dagli anni, ricreo una sorta di cartina stradale virtuale col punto rosso a indicare: coglione sei qui!
Finito il viale c’è un bivio, destra o sinistra?, se dovessi scegliere col cuore andrei a sinistra, ma devo andare alla fonte -ahh ho capito dove sono, sono quasi arrivato, ho fatto il giro da dietro e prendendo a sinistra me la trovo in cima alla salita-
Inconsciamente avevo già voltato a sinistra e, senza crederlo certo possibile, fatto la strada giusta -una delle tante- ; ora la fonte la vedo sono arrivato, guidato da non so cosa o guidando non so come, alla meta.
Un capannello di assetati è qui riunito ad attingere l’acqua, una signora ha parcheggiato accanto la fonte un monovolume con un bagagliaio aperto e lo sta caricando con bocce da 10 litri ma sono così numerose che neppure Houdini riuscirebbe a stiparcele, aspetto facendo pazientemente la fila. Mentre aspetto rifletto: strano come essendo pienamente concentrato sui miei affari non abbia avuto occhi per ciò che mi circondava, ho visto solo ad un palmo di distanza e tanto è bastato a perdermi senza rendermene conto, eppure senza badare troppo a quel che facevo imbroccavo strade miracolosamente giuste. Bah, forse solo fortuna. Oppure no. Magari è finalmente arrivata la corrente positiva da cui è destino lasciarmi trasportare, scuotere, affossare ma non strappare via verso gli spazi sconfinati del cielo perché ancora ancorato a terra dalle mie convinzioni. Tranne quella sull’acqua, naturalmente. Lo chiedo a voi, è possibile?
 
Alla fine tocca a me; chino sul bocchettone lascio al fresco getto saziare le bottiglie e quando piene l’acqua trabocca fino freddarmi le mani mi rendo conto che un signore mi è passato avanti e non me ne sono neanche accorto.
Fine.
Carlo Callari
postato da: MariaGiovanna70 alle ore 23:19 | link | commenti
categorie: racconti
lunedì, 06 agosto 2007

Bancomat, di Francesca Mazzucato

Un racconto bellissimo di Francesca, rilanciato dal blog http://francesca-mazzucato.blogspot.com/ e dal quotidiano La Repubblica...

 

postato da: MariaGiovanna70 alle ore 15:36 | link | commenti (2)
categorie: racconti

il racconto di Barbara Gozzi (http://progettobutterfly.splinder.com)

Prima di averlo


Piangeva.
Rannicchiata tra il divano e la poltrona, per terra.
Un pianto sommesso. Quasi isterico, una cadenza ripetitiva. Musicale.
E quasi non la si vedeva. Rattrappita com’era. Pallida. Un gatto magro arruffato. A piedi nudi.
- Tesoro, per favore…
Le parole si libravano ma l’aria era secca. Pesante. Si sono schiantate sul tappeto. Stecchite. La donna ha provato ad avvicinarsi ma ha mosso un passo solo. Guardingo. Non era sicura, che fosse il caso, che le si avvicinasse insomma. Certe situazioni scottano. E prenderle in mano può essere pericoloso.
- Vedrai, si sistemerà tutto…
Ridicole frasi da film spazzatura. Che suonano già strane nel momento stesso in cui le si pronuncia. Muffa profumata venduta come crema miracolosa.
Lei non riusciva a smettere, i singhiozzi le muovevano le ossa della schiena. Si riusciva perfino a sentirne gli scricchiolii, delle ossa in collisione. La donna si è spostata verso l’angolo cottura per riempire la teiera e accendere il fornello. Le smancerie non le appartenevano. Non ha mai abbracciato i suoi figli, figuriamoci se iniziava proprio con la vicina di pianerottolo. Graziosa, per carità. Gentile all’occorrenza. Educata con tutti. Ma. Ma la donna non toccava nessuno. Non occorreva. Le parole erano sufficienti, dovevano esserlo.
Stava ancora meditando quando si è accorta del silenzio improvviso. Non piangeva più. Voltandosi se l’è ritrova in piedi, davanti alla finestra socchiusa. Stringeva le lunghe tende ricamate.
- Tesoro… non fare così.
Respiro lungo. Calibrato. Era il momento di ragionare.
- Sai bene che non possono farlo. Non possono toglierti tuo figlio così, sparando stronzate in giro. La legge è dalla parte delle madri, da sempre. Lo sanno tutti. Anche quando… lasciamo perdere. Tu, tesoro, adori quel bambino. Cosa dovresti temere in concreto?
Silenzio.
- Senti, parla con l’avvocato Graziano poi, se vuoi, ne discutiamo con calma.
Ha versato il tè con le ultime parole tra le labbra, poi ha aspettato. Non sembrava intenzionata a spostarsi dalla finestra, lei.
- Tesoro? Bevi e riposati un po’.
Silenzio.
- Tesoro? Vedrai che con una bella dormita…
Finalmente si è voltata. Gli occhi lampeggiavano, due fiamme scure. Feroci. Terrorizzate. Le labbra screpolate erano fessure sottili. La pelle arrossata e i capelli spettinati l’avevano trasformata in. In una disperata.
- Marco è morto, Lina. Nessuno può aiutarmi.
La donna ha aperto la bocca, le è uscita bava bianca. Stupita.
- E loro sono i nonni di mio figlio. Parenti di sangue, mi segui? Sanno come muoversi, hanno le spalle coperte. Un cugino lavora in procura, credo. Comunque sanno. Sanno come trasformarmi nella madre scapestrata che serve.
Ha roteato gli occhi, la donna.
- Serve?
Lei ha annuito con le pupille dilatate. Allucinate.
- Serve alla causa. Per portarsi via Nicola.
Silenzio.
Lei era lì eppure sembrava da un’altra parte. In un altro posto. Stringeva i pugni. Schiena dritta. Secca. Mascella contratta. Spigolosa.
- Il mio Nicola.
Ha appoggiato la fronte sul vetro della finestra. La donna non si muoveva, dietro di lei. La mano che stringeva la tazza di tè tremava, però.
- Passeranno su di me. Prima.
L’alito disegnava sagome multiformi a contatto col vetro freddo.
- Prima di averlo.

Barbara Gozzi

postato da: MariaGiovanna70 alle ore 08:40 | link | commenti
categorie: racconti

il racconto di Cantastorie Errante (http://ilcantastorie.blog.kataweb.it)

Il_cantastoriePrendere fiato

Anfratti di polvere e buio, quadri appesi ad un filo invisibile raffiguranti orgasmi primordiali. Tutto intorno a me è silenzio, è quiete. Una scala, polverosa, imponente, osserva dall’alto dei suoi mille gradini l’infinita impotenza del piccolo omino. Mi trovo ad un bivio: cosa fare? Restare nel buio godendo dell’abbraccio tentacolare e vellutato di Tyche o tentare di risalire i mille scalini…? “Soffro!” è sempre in questo punto che si blocca la mia creatività: la scala proiettata nelle tenebre… meta o punto di partenza? Ho cominciato a fare l’amore oppure ho finito con lei morbida sul mio corpo? “ Bravo idiota! Ora cos’è che faccio, eh?” Non un sospiro nella stanza. E’ tutto nella mia mente, lei è sempre dormiente sparsa sul mio corpo sfinito.E’ tutto nella mia mente mentre con un pugno sul piccolo scrittoio, che richiama nello stile e nell’assoluta semplicità un arredamento francescano, sveglio il mio alter ego per portarmi alla realtà. Sono in piena crisi, inizio sempre così i miei tentativi di scrittura, il protagonista dei miei brevi racconti finisce fatalmente ad entrare nella mia mente per farsi ospitare dai miei demoni, poi trova la scala, e si domanda: “salgo o sono appena sceso?”.In un testo normale questa piccola amnesia sarebbe risolta dal solo retrocedere di una pagina, sbirciando le ultime righe, ma in questo caso lo scrittore-protagonista viene letteralmente sballottato tra un paragrafo e l’altro, scegliendo man mano il suo percorso, tirando dadi, e compilando schede di gioco, e spesso tra un salto e l’altro qualcosa si perde… Sono frastornato, certi giorni sono opachi come la nebbia che si forma nelle vallate alle prime ore del mattino in attesa dei primi raggi di sole che la faranno svanire. Altri giorni sono come il mare, ti tuffi e finisci inevitabilmente sott’acqua, sei senza ossigeno, destinato a vivere in apnea. Le terre emerse sono le sagome scure che intravedi dal basso, ma che sei incapace di distinguere. Cos’è quella figura alta: una persona o una torre prima del crollo? E quella curvatura? Una collina o la gobba di un cammello? Detta così, sembra davvero difficile che, guardando dall’oblò appannato della nostra vita quotidiana, riusciamo a distinguere la realtà. E’ quasi vero. A volte penso che viviamo per interposta persona perché non siamo capaci di essere noi stessi in ogni momento della giornata, in ogni momento della nostra esistenza. Signori si recita! – ognuno ha il suo ruolo – facciamo parte tutti di un grande e complesso video game. Ad ognuno la sua parte, c’è l’amico vero, c’è il traditore, c’è l’altruista, c’è il filosofo, c’è il lecchino, c’è chi fa se stesso e chi fa la brutta copia di se stesso ecc. Ognuno appare come vorrebbe essere ma dentro, nel profondo dell’anima, c’è la fogna. Lunghi canali intasati di merda preistorica che, scorrendo dentro le vene, si distribuisce uniformemente attraverso le nostre parole concimando la vita. Apparire, apparire, apparire per poi soffrire quando si è soli con se stessi mentre si fa finta di divertirsi con gli altri attorno a tavole affollate di solitudine.Non voglio morire e rivado indietro nel tempo attraversando la soglia di una porta che mi conduce in un “posto delle fragole” regno incontrastato della mia adolescenza, un piccolo cantiere navale, dove si costruivano piccole barche da pesca, situato in una città siciliana di cui non dico il nome. Uomini, simili a statue di Fidia nella loro bellezza antica, stanno lavorando ed io li osservo. I loro gesti, canonizzati da generazioni, mi conducono in uno stato di trance mentre un essere scuro che si profila dal buio del suo luogo, abbatte il martello sul ferro incandescente e dalle tenebre sprizzano scintille primordiali.Eccolo, mentre da origine ad un nuovo universo formato da miriadi di stelle che rimangono sospese per aria per un breve attimo effimero come la vita di una farfalla. Lui è il Creatore.E rimango estasiato a guardare immobile, come un coniglio abbacinato dai fari un auto, mentre il tempo scorre inesorabilmente giorno per giorno all’interno di quel fondaco. E l’uomo avvolto in una maestosa nuvola di fumo mi guarda e non dice nulla ed io lo osservo in silenzio e sono dentro la fucina dove il Dio Vulcano sta forgiando l’invincibile scudo di Achille.Mi sento in sincronia con l’universo, i mio cuore e il suo battono all’unisono.Silenzio assoluto: poi la cadenza ritmica dei colpi dell’ascia di un uomo che sta modellando la chiglia di una barca, da un’informe tronco stagionato da anni di sole e di pioggia, mi fa trasalire trasportandomi nel mio tempo attuale.Fragore assordante: il viaggio è finito, sono di nuovo in questo mondo che non mi appartiene. I ricordi sono prevalenti e le speranze vengono a mancare, devo continuare a scavare nella miniera dei miei ricordi, finché le forze me lo consentiranno, per estrarre l’oro da lasciare in eredità a chi mi vuol bene. Ho letto da qualche parte che una persona che scrive è come un minatore: invece di attraversare la vita e passare oltre si ferma di continuo e scava, cerca di rintracciare i percorsi, gli strati, i motivi nascosti. Naturalmente tutto ciò è pericoloso, e lo è, soprattutto perché dopo che hai cominciato è impossibile smettere. Scrivendo accresci le tue nevrosi: puoi prestare i tuoi difetti peggiori a un personaggio, amplificare un lato del tuo carattere, nasconderne altri, sviluppare aspirazioni nascoste, sperimentare vite parallele, tornare indietro, azzerare tutto. Poi quando finisci di scrivere, non sei guarito né diventato migliore. Hai solo spostato il peso dei tuoi pensieri su qualcun altro, per un po’ di tempo.Il tempo necessario per riprendere fiato prima di ricominciare a vivere.

Il cantastorie errante

postato da: MariaGiovanna70 alle ore 08:39 | link | commenti
categorie: racconti